mercoledì 2 ottobre 2013

From Rome... With love



È forse superfluo ricordarvi, cari lettori, quanto l’ambiente dell’arrampicata sia piccolo. Più che denominare tale ambiente un “mondo”, dovremmo più usare parole tipo “piccolo borgo” o “paese” o al massimo “comunità”…
Capita spesso soprattutto a chi viaggia tanto di incrociare le stesse facce, le stesse persone di sempre, anche se quel viso che ti si palesa davanti sia associato a luoghi magari lontani cinque o seicento kilometri. Si attiva così in te uno strano scompenso emotivo, simile invero allo straniamento sklovskiano (passatemi, per favore, qualche vizio da studente di lettere): lo osservi, lo riconosci, volgi lo sguardo al paesaggio e noti che al posto della secca campagna reatina, dell’autostrada Roma -L’Aquila proprio sotto di te o del mare di Sperlonga sei immerso nelle Alpi francesi, sulle Dolomiti, sulle Cinque Terre, in un’isola greca ecc… Se come me non hai nemici di nessun tipo ciò non potrà di certo rovinarti la giornata, però sicuramente ti mette la pulce nell’orecchio, quel grilletto che saltella nel tuo cervello comincia a danzare, fatti tuoi se a passo di walzer o di fox trot
Le riflessioni che nascono sono tante; alcune molto romantiche, quali sui valori reali dell’arrampicata, sulla passione che questo sport ti inietta sempre più, sulla bellezza e la gioia di esser parte di una comunità ecc, magari un giorno nascerà un articolo su ognuna di esse; oggi tuttavia preferisco intraprendere il sentiero a sinistra della y pitagorica, ovvero la via che all’aspetto sembra più rigogliosa, ma che in realtà si scopre piena di insidie: the highway to hell del mio intelletto.
Neanche ho cominciato che già mi ritrovo fuori tema. Dicevamo: from Rome… with love.
Per introdurvi all’argomento vi racconto velocemente il mio splendido viaggio dell’estate appena passata: sono partito da solo, in direzione di Biella, città natale di tre miei cari amici scalatori, che mi hanno accolto e hanno avuto la voglia di organizzare la loro vacanza con me, scalatore sì, per loro molto simpatico spero ancora di sì, ma sempre ragazzo conosciuto e frequentato a Ceuse due anni fa, e da lì basta. Per fortuna siamo stati benissimo e il nostro legame si è rafforzato molto; direte voi: - ma quindi con ciò cosa vorresti dire?-
Tutto ciò per ragionare su quanto sia differente la realtà del centro Italia rispetto alla realtà nordica. Io sono orgoglioso di aver passato giorni splendidi con loro, tuttavia mi rattrista il fatto che a Roma, la capitale, la città più densamente popolata dello stivale scarseggino a tal punto giovani appassionati a questo sport, e non oso immaginare la realtà da Roma in giù.
In vacanza mi guardavo attorno e vedevo orde di ragazzi e ragazze al mitico campeggio di Ceuse proveniente da tutto il mondo e, solo dopo (ma è già qualcosa) dal Nord Italia, più me!
Non me ne vogliano gli amici romani ma fu veramente bellissimo: la linfa vitale dello sport e dell’entusiasmo giovanile scorreva liberamente nelle vene dei presenti, mi sentivo parte del futuro dello sport che amo; ero insieme a gente entusiasta di quello che stava facendo, entusiasta di poterlo fare per altri venti, trenta o quarant’anni (con buona pace dei brands del settore). A Roma i ragazzi che praticano l’arrampicata esistono, ma sono una rarità. Inoltre le difficoltà logistiche di Roma non sono certo da spiegare in questo semplice articolo ( vi basti pensare che il G.R.A. ha un diametro di più di settanta kilometri e che il costo della benzina è esageratamente più alto rispetto al nord), ma di certo la situazione metropolitana non facilita gli incontri. Sfumati quei due o tre ragazzi con cui sarei potuto partire (io, ripeto, sono un ragazzo fortunato) molti avrebbero rinunciato al viaggio. Ne risulta, in breve, che il panorama romano è assai arido di investimenti sui giovani, che manca la cultura di base, la giusta pubblicità, la corretta professionalità nell’operare in un settore così specializzato. Proprio per non lasciar nulla nella fitta nebbia della vaghezza, ritengo opportuno soffermarmi su degli esempi precisi: nella maggior parte delle palestre ci si improvvisa istruttori senza aver seguito nessun corso preparatorio organizzato dalla federazione; non esiste una sana concorrenza fra le palestre: i prezzi delle stesse sono spesso esageratamente alti (relativamente ai servizi offerti) e, è brutto dirlo, invece di tentare di superare le altre sedi con impegno, aggiornamento del servizio, stimolo alla crescita, investimenti, organizzazione di eventi e feste, la maggior parte di esse (soprattutto le più antiche…) non perde l’attimo per denigrare il nome degli altri, insomma, sembra più una lotta fra bande che una normale dialettica di mercato, con un occhio quindi il più possibile sul vicino, piuttosto che sul cliente. Quale è il risultato di questa illuminante politica? Molte semplici sedi di allenamento sembrano dei clan comandati da santoni / filosofi / guru scesi in Terra per divulgare il Verbo; le conseguenze sono ovviamente la totale mancanza di cooperazione tra palestre e l’assenza di norme che promuovano una filosofia comportamentale generale. Accade così che nelle falesie limitrofe vedi senza ritegno comitive di gente affidata agli “istruttori” della palestra (anche pagati profumatamente fra l’altro). È totalmente assente una politica di collaborazione con le scuole, dall’asilo all’università (chiedete a Roma Tre: gli sport praticati sono calcio a 11, a 8 e a 5, scacchi, tresette, beach volley, pesi e ping pong…) o con gli enti municipali preposti. La domanda più frequente che ti pongono i ragazzi è se usiamo dei guanti quando scaliamo, o per lo meno piccozze e ramponi; “and the last but non the least” da Firenze in giù siamo completamente tagliati fuori dai circuiti nazionali di Coppa Italia, forse la tappa più “terrona” è Padova…
E nessuno muove un ciglio, o meglio: nessuno riesce a muovere un ciglio. Conosco molti amici che hanno come sogno nel cassetto dare una svolta a questa situazione assurda, oltre i limiti del ridicolo, ma non esiste modo di sbarcare il lunario, tanto è ardua e labirintica la burocrazia per aprire un’impresa nuova.
Sogno feste ed eventi come quelle che ogni settimana puntualmente si organizzano in paesi come la Germania (vedi l’ultimo Adidas rockstars a Stoccarda), anche paradossalmente più poveri di noi dal punto di vista ambientale e soprattutto culturale; sogno di potermi allenare in un’ adeguata struttura artificiale in altezza; e sogno soprattutto che nasca l’entusiasmo di investire su uno sport in un territorio immenso come quello della capitale che, se non è completamente vergine, è sicuramente arcaico e rudimentale. Quest’estate ho notato il piacere, estero soprattutto, di investire fortemente sui giovani di talento e, se al nord questa situazione è rara, al Centro e al Sud si può definire quasi completamente assente.
Se volessi diventare stucchevole potrei continuare ancora per molto questa lista di cose da fare o da migliorare, ma non è ciò che intendo fare. Amo la mia città e questo sport, e le critiche fini a se stesse non ritengo abbiano una vera utilità. Se critico è sempre perché, oltre a sentire l’esigenza di un miglioramento, credo fermamente nelle possibilità di tale miglioramento.
E credo soprattutto alla gente di Roma: grinta, tanta passione e fantasia. Mi vengono in mente persone come Alessandro Marinaro, tra i primi boulderisti del centro Italia, pioniere del sassismo laziale, per amore giardiniere annuale da più di quindici anni di posti climaticamente nemici come Vitorchiano e Soriano; persone come Bruno Vitale, fedele custode di Sperlonga e del Gran Sasso, una vocazione la sua (nel vero senso della parola). È troppo poco tempo che sono nell’ambiente e parlo forse ingiustamente di cose che non conosco, ma mi viene in mente Alessandro Jolly Lamberti, primo 9a italiano in assoluto, lui, guida alpina alle periferie del mondo che conta. Via di placca old school che i climbers più affermati della nuova generazione tentennano sempre a provare.
Sono di parte? Sì forse un po’, ma perché mi accomunano a loro la grande passione per questo sport, perché dentro di me riesco a comprendere i loro sforzi giganteschi (ho citato le prime tre persone balenatemi in mente).
Nell’auspicio che queste mie parole siano state di vostro gradimento, rimando a voi la giusta diffusione dell’articolo. Consapevole sempre del fatto che questo semplice scritto non migliorerà la situazione seduta stante, mi permetto, per concludere, di citare un grandissimo lottatore italiano, perché amo profondamente il significato delle sue parole (sebbene sempre di un semplice sport si discute), Antonio Gramsci parlò così l’11 Febbraio 1917, di certo non riguardo all’arrampicata:

«L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.[…]
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità;
è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che abbatte i piani meglio
costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. […] E allora sembra sia la fatalità a
travolgere tutto e tutti»